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La radeca

Il Carnevale storico di Frosinone

Storia della Radeca

a cura di Gianmarco Spaziani

La festa della Radeca è, tra le tradizioni del capoluogo ciociaro, quella che ancora oggi gode del successo e la risonanza maggiore rispetto a tutte le altre la cui importanza ed la cui pratica sono andate progressivamente a ridursi con il passare del tempo. Non è possibile stabilire con certezza le origini della manifestazione che tanti studiosi fanno discendere addirittura dai riti di propiziazione agreste, già diffusi in epoca romana. D’altra parte, collocare la sua genesi nei Saturnali o nei Lupercali e quindi uniformare la nascita della festa a quella di tante altre manifestazioni carnascialesche della nostra penisola, rischierebbe paradossalmente di condurre ad una sua perdita di prestigio e soprattutto ad un eccessivo ridimensionamento di quelle caratteristiche di originale peculiarità che la portano a differenziarsi dal resto delle altre feste del periodo di Carnevale.

Se già consideriamo il simbolo per eccellenza della festa, la “radeca”, parola che nel dialetto cittadino indica la foglia di agave, brandita fieramente da tutti i partecipanti all’allegro corteo, c’è da evidenziare come questa pianta fosse sconosciuta in Europa fino alla scoperta delle Americhe (sec XV) e quindi, per certo, era un elemento non presente nel carnevale di Frosinone almeno fino a quel periodo. Quello che, invece, è possibile affermare con certezza è che anche nella nostra città erano rappresentati antichi riti di fecondità agreste, che si svolgevano in determinati giorni dell’anno. Molti di questi rituali erano legati all’alternarsi delle stagioni, testimonianza ne sia che alcuni paragrafi presenti nell’antico Statuto Comunale cittadino risalente al sec XIV, riportano le norme che regolavano lo svolgimento di simili festività (de feriis) in determinati periodi dell’anno solare. Un paragrafo degli statuti riferisce in particolare, che nel giorno precedente alle Ceneri, quindi il martedì grasso, ultimo giorno di quel periodo che noi identifichiamo con quello carnevalesco, erano sospese, oltre a quelle lavorative, anche tutte le attività giudiziarie, proprio perché si trattava di un giorno festivo.

Se già consideriamo il simbolo per eccellenza della festa, la “radeca”, parola che nel dialetto cittadino indica la foglia di agave, brandita fieramente da tutti i partecipanti all’allegro corteo, c’è da evidenziare come questa pianta fosse sconosciuta in Europa fino alla scoperta delle Americhe (sec XV) e quindi, per certo, era un elemento non presente nel carnevale di Frosinone almeno fino a quel periodo. Quello che, invece, è possibile affermare con certezza è che anche nella nostra città erano rappresentati antichi riti di fecondità agreste, che si svolgevano in determinati giorni dell’anno. Molti di questi rituali erano legati all’alternarsi delle stagioni, testimonianza ne sia che alcuni paragrafi presenti nell’antico Statuto Comunale cittadino risalente al sec XIV, riportano le norme che regolavano lo svolgimento di simili festività (de feriis) in determinati periodi dell’anno solare. Un paragrafo degli statuti riferisce in particolare, che nel giorno precedente alle Ceneri, quindi il martedì grasso, ultimo giorno di quel periodo che noi identifichiamo con quello carnevalesco, erano sospese, oltre a quelle lavorative, anche tutte le attività giudiziarie, proprio perché si trattava di un giorno festivo.

In questo contesto si comprende la voglia di rivalsa del popolo frusinate nei confronti di quei soldati che avevano provocato lutti e distruzioni alla città, che si tradusse nella vendetta più sarcastica e pungente, probabilmente l’unica che il popolo fosse attrezzato a consumare in quel momento, di rappresentare a simbolo degli oppressori un enorme fantoccio in uniforme da Generale francese, da portare pubblicamente alla berlina nell’ultimo giorno del Carnevale, per essere deriso, sbeffeggiato ed anche odiato, fin da essere condotto a fine tragitto in una pubblica piazza per essere bruciato in un rito che simboleggia la purificazione dal male, la ritrovata libertà e l’avvento di un periodo di rinascita. A dar fede alla tradizione orale (in verità non abbiamo ad oggi documenti che lo attestino) il fantoccio in uniforme rappresenterebbe il Generale francese Jean Etienne Championnet, protagonista oltre che della Repubblica Romana anche di quella Partenopea del 1799, che la leggenda vuole sia passato in Frosinone durante lo spostamento di truppe da Roma a Napoli (o forse al ritorno da Napoli). La leggenda popolare vuole che egli per caso abbia partecipato al carnevale cittadino, attirato dal chiasso dei festeggiamenti mentre era in viaggio in prossimità del capoluogo ciociaro e, dopo essere stato atteso al ponte la fontana da alcuni popolani (essegliè….eccugliè….essegliè),   si sia dimostrato uomo di spirito, accettando la burla di quella finta nuova rivolta della città e manifestato alto gradimento per i maccarune alla ciociara tanto da divenire da allora il “Patrono dei maccheroni”.

Più verosimilmente il fantoccio nacque, in origine, a rappresentare un generale francese qualsiasi, e solo più tardi fu identificato in Championnet; forse perché questo personaggio, incarnò più di ogni altro gli ideali di democraticità e libertà di cui si faceva promotore l’esercito napoleonico in Italia, e con il suo operato, allo stesso tempo fedele ai dettami del Direttorio parigino ed anche vicino alle esigenze dei ceti meno abbienti delle città che conquistò (Napoli su tutte), raggiunse una enorme popolarità e fama in tutta la nostra penisola.

Non sappiamo se l’uso della radeca sia precedente agli anni in cui si svolsero le vicende citate o se venne introdotto proprio a partire dai primi anni del sec XIX, certo è che, nella cronaca del Targioni Tozzetti che descrive il Carnevale di Frosinone avendovi partecipato nell’ultimo ventennio dell’ottocento, egli parla di “antica festa della radeca”, a testimonianza di come già in quegli anni quel rito fosse una tradizione consolidata da molto tempo a Frosinone, tanto da non poterne specificare il preciso periodo di genesi. Nel suo racconto, oltre che della radeca, il simbolo più singolare e caratteristico, si fa menzione anche di ortaggi, bastoni intrecciati con fasci d’erba, con i quali i cittadini festanti precedevano il carro del Generalissimo durante la pazza sfilata.

In questo contesto si comprende la voglia di rivalsa del popolo frusinate nei confronti di quei soldati che avevano provocato lutti e distruzioni alla città, che si tradusse nella vendetta più sarcastica e pungente, probabilmente l’unica che il popolo fosse attrezzato a consumare in quel momento, di rappresentare a simbolo degli oppressori un enorme fantoccio in uniforme da Generale francese, da portare pubblicamente alla berlina nell’ultimo giorno del Carnevale, per essere deriso, sbeffeggiato ed anche odiato, fin da essere condotto a fine tragitto in una pubblica piazza per essere bruciato in un rito che simboleggia la purificazione dal male, la ritrovata libertà e l’avvento di un periodo di rinascita. A dar fede alla tradizione orale (in verità non abbiamo ad oggi documenti che lo attestino) il fantoccio in uniforme rappresenterebbe il Generale francese Jean Etienne Championnet, protagonista oltre che della Repubblica Romana anche di quella Partenopea del 1799, che la leggenda vuole sia passato in Frosinone durante lo spostamento di truppe da Roma a Napoli (o forse al ritorno da Napoli). La leggenda popolare vuole che egli per caso abbia partecipato al carnevale cittadino, attirato dal chiasso dei festeggiamenti mentre era in viaggio in prossimità del capoluogo ciociaro e, dopo essere stato atteso al ponte la fontana da alcuni popolani (essegliè….eccugliè….essegliè),   si sia dimostrato uomo di spirito, accettando la burla di quella finta nuova rivolta della città e manifestato alto gradimento per i maccarune alla ciociara tanto da divenire da allora il “Patrono dei maccheroni”.

Più verosimilmente il fantoccio nacque, in origine, a rappresentare un generale francese qualsiasi, e solo più tardi fu identificato in Championnet; forse perché questo personaggio, incarnò più di ogni altro gli ideali di democraticità e libertà di cui si faceva promotore l’esercito napoleonico in Italia, e con il suo operato, allo stesso tempo fedele ai dettami del Direttorio parigino ed anche vicino alle esigenze dei ceti meno abbienti delle città che conquistò (Napoli su tutte), raggiunse una enorme popolarità e fama in tutta la nostra penisola.

Non sappiamo se l’uso della radeca sia precedente agli anni in cui si svolsero le vicende citate o se venne introdotto proprio a partire dai primi anni del sec XIX, certo è che, nella cronaca del Targioni Tozzetti che descrive il Carnevale di Frosinone avendovi partecipato nell’ultimo ventennio dell’ottocento, egli parla di “antica festa della radeca”, a testimonianza di come già in quegli anni quel rito fosse una tradizione consolidata da molto tempo a Frosinone, tanto da non poterne specificare il preciso periodo di genesi.

Nel suo racconto, oltre che della radeca, il simbolo più singolare e caratteristico, si fa menzione anche di ortaggi, bastoni intrecciati con fasci d’erba, con i quali i cittadini festanti precedevano il carro del Generalissimo durante la pazza sfilata.

Singolare è notare come la festa della radeca, che tramite l’allegoria del Generale francese venne a rappresentare una critica contro la nascita della prima Repubblica in Italia e una sorta di commemorazione della rivolta dei frusinati contro il nemico oppressore, finì ben presto, nella realtà, a celebrare meglio di ogni altra cosa proprio quegli ideali di fratellanza, uguaglianza, e libertà identificativi del messaggio della Rivoluzione Francese e delle repubbliche giacobine. Un elemento proprio della festa fu da sempre il sovvertimento dell’ordine sociale costituito, tanto che per un giorno almeno, signori, popolani e contadini potevano ballare fianco a fianco e confondersi nella moltitudine festante; la radeca come simbolo di unione e comunanza volle sancire il diritto d’uguaglianza, e l’immunità giudiziaria di cui si godeva nel martedì grasso (fino in epoca pontificia) sotto il gonfalone comunale durante la parata, celebrò l’elogio della libertà.

Attualmente la festa, pur con le inevitabili contaminazioni figlie del trascorrere del tempo, si svolge sostanzialmente come nei secoli scorsi. Il martedì grasso, pochi minuti dopo un pranzo che la consuetudine vuole a base di fini-fini e fettuccine alla ciociara, il gonfalone comunale, accompagnato dalle autorità e dalla banda cittadina, si reca nel rione Giardino dove nel frattempo il carro del Generale è stato sistemato, pronto per la partenza, di fronte alla casa che la tradizione orale chiama “la casa de Carnuàle”. Questo edificio, costruito già nel 1725, fu probabilmente utilizzato all’epoca dei francesi come caserma per la guarnigione di soldati a presidio della città, e forse per questo il folclore popolare lo ha indissolubilmente legato alla figura del Generale Carnevale. L’ubicazione della casa di Carnevale, che segna il punto di partenza e di ritorno del corteo dei radecari, ha determinato nel corso del tempo negli abitanti del rione Giardino un attaccamento alla “radeca” mediamente superiore a quello di un qualsiasi altro cittadino, ed essi, a torto o a ragione si sentono gelosi custodi della tradizione.

I radecari muniti della foglia d’agave ed i pantanari, che portano invece la cima di cavolfiore, organizzati in gruppi più o meno spontanei o per squadre rionali, attendono con trepidazione che il concerto bandistico dia inizio alla “processione” intonando la tradizionale “Canzone de Carnuale”, di autore ignoto, composta da una prima parte lenta e triste, e da una seconda veloce e sfrenata durante cui si formano i circoli di radecari che allegramente danzano in salterello intorno ai rispettivi “capicircolo” e pantanari. I partecipanti si muovono a precedere, nell’ordine, gonfalone, musicanti e carro con il fantoccio del Generale; alcuni scortano Carnevale da più vicino o da dietro, molti nell’incedere cantano la caratteristica canzone il cui testo è:

 

Carnuale, uiecchie i pazze,           

s’è ‘mpegnate glie matarazze,     

i la moglie, pe’ despiette,             

s’è ‘mpegnata glie scallaliétte.    

                        

Carnuale è ‘ne bon’ome:                 

tè la faccia da galantome,           

uà gerènne pe’ Frusenone          

pe’ magnasse gli maccarùne.

 

 

Essegliè,essegliè,essegliè !  

Essegliè,essegliè,essegliè !

I s’è ammusciata la radeca,

nen s’araddrìzza chiù !

 

Nui che seme urtulane,

i sapéme ben culteuà,

piantereme la ravanella

viva sempre la radechella!

 

Essegliè,essegliè,essegliè !  

Essegliè,essegliè,essegliè !

I s’è ammusciata la radeca,

nen s’araddrìzza chiù !

In passato il corteo si recava in piazza della Libertà, presso il palazzo della Prefettura, per prelevare le autorità cittadine che si univano alla folla festante. Attualmente invece, passata piazza Garibaldi e via Marco Minghetti, prosegue dritto per tutto il Corso della Repubblica fino a Largo S.Antonio, dove i più arrivano stanchi e resi allegri dal vino che viene distribuito gratis durante tutto il percorso da un carro che precede i radecari, e che in modo molto pittoresco è simpaticamente assediato da centinaia di assetati. Il ritmo della processione è molto blando, in parte perché questo è insito nel caratteristico incedere dei gruppi che già dopo pochi metri dalla sosta precedente reclamano il “circolo” scatenandosi nuovamente nella ballarella, ed in parte anche perché molti partecipanti cercano istintivamente di rallentare, per non consumare troppo velocemente il rituale che hanno atteso per un intero anno. Sta di fatto che il percorso Giardino - S.Antonio può arrivare a durare anche tre ore, così che l’allegra “processione” per i radecari e pantanari diventa pesante da sostenere da un punto di vista strettamente fisico.    

Una figura storica del corteo della radeca, anch’essa collocabile negli elementi introdotti nell’Ottocento, è quella del “notaro” ovvero di un cittadino, in costume d’epoca, a cavallo di un asino, che declama durante il percorso invettive sociali e politiche nei confronti di cittadini e amministratori, prendendo spunto da fatti e avvenimenti, che nel corso dell’anno hanno avuto più risonanza nell’ambito della vita della città.

Al notaro, che in genere è una persona con la battuta facile e spirito pronto e sagace, è demandato anche il compito di leggere il testamento del Carnevale negli istanti prima della sua cremazione. Dopo essere tornati al Giardino da piazzale S.Antonio infatti, a tarda sera, ci si prepara per il rogo del Carnevale, intorno al quale si effettua al ritmo della solita canzone, l’ultimo circolo dei radecari che in questo modo salutano la fine della festa. Prima di questo è d’obbligo la lettura del bando o testamento nel quale, in chiave satirica, il notaro legge le ultime volontà del Generale, che altro non sono che pungenti sferzate all’ambiente cittadino e amministrativo, atte a sottolineare malefatte ed errori commessi durante l’anno con l’auspicio che possano essere evitati per il tempo a venire. La satira nell’ambito del Carnevale di Frosinone, oltre che tramite la figura del notaro, è anche praticata attraverso la pubblicazione nel periodo precedente il martedì grasso, di fogli e giornali dialettali che criticano, in maniera ironica e pungente, l’ambiente cittadino, colpendo in maniera più o meno piccante politici e personaggi noti della città.

Anche la stampa dei numeri unici carnevaleschi è una antica tradizione del capoluogo ciociaro, che affonda le sue radici nella seconda metà dell’ottocento, e ancora ai nostri giorni tiene vivo l’utilizzo del dialetto frusinate. Il concorso di poesia dialettale invece, consuetudine del carnevale a partire dai primi anni del 1900, ha subito purtroppo un forte ridimensionamento tanto che negli ultimi anni non è stato più organizzato; sarebbe auspicabile un ritorno a questa gara di vernacolo che risultava essere anche uno stimolo per le nuove generazioni ad accostarsi alla “lingua degli avi”.      

Tornando alla festa , alcuni aspetti singolari da ricordare sono: il “battesimo” del novizio, ovvero il tocco della radeca, da parte di qualcuno dei “veterani”, sulla schiena di chi si accinge a partecipare alla manifestazione per la prima volta e la “lotta ai cappelli duri”, cioè la persecuzione in questo giorno di tutti coloro che si aggirano per strada indossando dei copricapo rigidi che ricordano quelli utilizzati dalle truppe franco-polacche responsabili di tanti lutti e disgrazie per Frosinone alla fine del XVIII sec. Questi rituali in verità sono quasi caduti in disuso negli ultimi anni, anche se di tanto in tanto è possibile notare qualcuno che ancora li rappresenta.

 In conclusione, si può affermare che la festa della radeca deve il suo fascino alla presenza di elementi che sono stati introdotti nel corso del tempo in maniera graduale, dovuti a geniali trovate estemporanee dei protagonisti del momento, o anche a fatti e circostanze che inevitabilmente hanno fatto sentire il loro influsso. Parte degli elementi sono comuni ai caratteri di altre feste carnevalesche, come ad esempio sfrenatezza, sovvertimento dell’ordine costituito, falò propiziatorio, motivi allegorici, eccessi nel mangiare e bere; altri elementi, invece, caratterizzano la manifestazione perché specifici: la “radeca” ed i rituali ad essa collegati, il fantoccio del Generale, il notaro, la canzone, il ballo, l’ufficialità della presenza del gonfalone comunale. Durante la sua storia la festa ha attraversato momenti di crisi alternati ad altri di rinascita e successo, in alcuni frangenti ha rischiato persino di cadere nel dimenticatoio, ma c’è qualcosa nella sua essenza che la rende più forte di qualsiasi minaccia, un qualcosa insito nella emozione che trasmette il suo antico culto. D’altra parte la parola “radeca” nel dialetto frusinate indica, oltre alla foglia di agave, anche la radice di una pianta: dopo aver assunto la festa, nei vari periodi, significati diversi, passando dal rito agreste, all’invettiva politica, alla satira, il significato ad oggi più importante risulta essere, guarda caso, proprio quello legato alla fiera riscoperta e ostentazione delle proprie “radici”, testimoni di una antica cultura e di un nobile passato.